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La scuola poetica siciliana

lunedì 19 settembre 2016

La prima poesia d’arte in volgare italiano, che dà inizio alla lingua e tradizione poetica della letteratura italiana, nasce e si sviluppa nella prima metà del Duecento in Sicilia, alla corte di Federico II. La premessa politica e culturale di questa esperienza letteraria è, perciò, la corte sveva di Sicilia, un ambiente ricco di vita intellettuale, con interessi, oltre che letterari, anche filosofici e scientifici, a cui partecipava attivamente lo stesso Federico II, che riuscì a raccogliere attorno a sé i più grandi dotti del tempo nei vari ambiti del sapere, dando vita ad un vero e proprio centro di interculturalità mediterranea, dove si trascrivevano e traducevano opere dall’arabo, dal greco, dal latino, dal provenzale. In questo che fu definito il primo Stato moderno dell’Europa si sviluppa, perciò, una cultura laica al di fuori ed in antagonismo con la visione religiosa della vita e con le stesse istituzioni ecclesiastiche. In questo progetto politico-culturale di Federico II rientra anche la necessità di creare un forte e centrale apparato statale con l’impiego di funzionari, magistrati, notai che si occupassero dell’amministrazione dello Stato. Proprio essi sono i primi poeti di quella che oggi viene denominata “Scuola poetica siciliana”, con una definizione, cioè, che evidenzia la caratteristica unitaria di questa esperienza ed i tratti tematici e linguistici comuni ai vari poeti. 
 La lirica siciliana nasce, si sviluppa e si conclude nell’arco di venti anni, tra il 1230 ed il 1250, e la sua produzione letteraria conta meno di duecento poesie, mentre i poeti che vi partecipano sono poco più di venti. Il punto di riferimento culturale e letterario della poesia siciliana è soprattutto la lirica provenzale, da cui vengono ripresi temi, forme metriche, aspetti stilistici. Vengono comunque apportate delle significative variazioni. 

La prima riguarda il rapporto tra poesia e musica che, mentre nei trovatori provenzali erano legate 6 strettamente (come anche, si è visto, nel Cantico di san Francesco e nelle laude religiose), nei poeti siciliani scompare, per cui d’ora in poi la poesia è scritta solo per essere letta e non più cantata. D’altronde mentre il trovatore provenzale era un professionista che recitava la sua opera davanti ad un pubblico di corte, il poeta siciliano è un funzionario dello Stato che considera la letteratura come un gioco elegante e raffinato, che procura svago ed evasione dal reale. 

 La seconda, più importante, variazione è legata ai temi trattati in poesia, che nei provenzali spaziavano dal centrale motivo dell’amor cortese a tematiche di tipo civile, politico e morale. I poeti siciliani restringono questo ampio repertorio tematico al solo ed esclusivo tema dell’amore, che diventa così l’unico argomento delle loro poesie. Ma è proprio nella concezione dell’amore che si possono notare le più vistose differenze, legate a diverse condizioni sociali e politiche e a differenti concezioni della poesia e dei valori della vita. La concezione dell’amor cortese, infatti, che nasce tra XI e XII secolo ed ha la sua base teorica nel trattato De amore di Andrea Cappellano (vissuto nella seconda metà del secolo XII), è strettamente legata alla società feudale e trova la sua prima espressione lirica proprio nella poesia dei trovatori provenzali. Gli elementi caratterizzanti dell’amor cortese sono stati individuati nel culto della donna, vista come un essere sublime e irraggiungibile da venerare nella sua dimensione quasi divina; nel “servizio d’amore”, che indica il rapporto di inferiorità dell’uomo nei confronti della donna amata; nella qualità di questo amore, che è sempre inappagato, che nobilita l’animo dell’amante e che è un amore adultero, che si attua al di fuori del vincolo matrimoniale. La dimensione esclusiva e totalizzante dell’amor cortese, dove il culto della donna genera una vera e propria “religione dell’amore”, fa sì che sin dalle origini di 7 questa esperienza si generi un conflitto tra l’amore terreno e la religione, tra l’amore sacro e l’amore profano, tra il culto della donna e quello per Dio. D’altronde la concezione dell’amor cortese nasce all’interno di una cultura laica e rispecchia i valori della società feudale, tanto che è stato notato che questo tipo di rapporto d’amore riproduce i rapporti feudali di vassallaggio tra il signore feudatario ed i suoi sudditi. Staccata da questo originario contesto feudale, questa concezione d’amore si diffonde anche nell’ambito della letteratura italiana, a partire proprio dalla scuola siciliana dove, in una diversa situazione politica e sociale, la poesia cortese non ha più rapporti con la realtà quotidiana e con le esperienze di vita, diventando così come un gioco letterario elegante e convenzionale. 

 La terza variazione, la più significativa per la storia della letteratura italiana, riguarda la lingua, perché i poeti siciliani, per le loro opere, non usano la lingua d’oc dei modelli provenzali, ma il volgare siciliano “illustre”, libero, cioè, dai tratti più spiccatamente dialettali della lingua parlata, depurato e nobilitato, raffinato nella forma, selezionato nel lessico e modellato sul latino e sul provenzale. Anche la lingua di questi poeti rispecchia, perciò, l’ambiente raffinato ed elegante della ristretta cerchia di dotti della corte di Federico II, anche se è da evidenziare che abbiamo scarse testimonianze del linguaggio originale di questa lirica, perché oggi leggiamo i testi di questi poeti così come sono stati trascritti dai copisti toscani, che hanno sostituito gli aspetti caratteristici del loro volgare all’originale lingua siciliana dei testi. 

 Da queste caratteristiche tematiche, stilistiche e linguistiche deriva quel che di freddo e convenzionale c’è in questa poesia, dove non bisogna cercare spontaneità di sentimenti, commozione di passione amorosa, fantasia inventiva, ma ricercatezza di un linguaggio convenzionale, eleganza e decoro dello stile, raffinatezza e novità di lingua. 

Ma proprio in questo va trovata l’importanza storica dell’esperienza della Scuola poetica siciliana, che pone le premesse di un linguaggio poetico che sarà il punto di riferimento per le opere di Dante, di Petrarca e della successiva tradizione lirica italiana, almeno fino al Romanticismo. Ha influito in questo il primo, significativo, giudizio positivo sull’esperimento linguistico e letterario dei poeti siciliani da parte di Dante Alighieri che, nel De vulgari eloquentia, individua proprio nel volgare siciliano l’origine della lingua letteraria. 

 Il più importante poeta della Scuola è senza dubbio il notaio Giacomo da Lentini, che non solo è il fondatore di questa esperienza letteraria , e quindi probabilmente l’inventore della lirica cortese italiana, ma anche colui che sperimenta tutte le forme metriche e i filoni tematici poi presenti negli altri esponenti della Scuola, oltre ad essere l’inventore del sonetto, la forma metrica poi più diffusa nella letteratura italiana: All’interno della Scuola si possono, comunque, distinguere due filoni con caratteristiche formali e tematiche diverse: il primo è di tipo aulico e letterariamente elevato, ed i maggiori rappresentanti sono, oltre Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne e Guido delle Colonne; il secondo è più popolareggiante e le personalità più spiccate sono quelle di Rinaldo d’Aquino e Giacomino Pugliese. In questo secondo ambito si può inserire il famoso contrasto di Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima, un burlesco dialogo tra un giullare e una contadina che egli cerca di sedurre. 

 All’interno della lirica aulica va citato almeno un sonetto di Giacomo da Lentini, Io m’aggio posto in core a Dio servire, dove per la prima volta si cerca una possibile conciliazione tra amore sacro e amore profano attraverso l’ambigua divinizzazione della figura femminile e la contemplazione della donna nella gloria del Paradiso, un tema che ritornerà nei poeti successivi, in particolar modo negli stilnovisti.  
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