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Analisi del testo: Vergine saggia,e del bel numero una (Francesco Petrarca)

martedì 20 settembre 2016

Vergine saggia,e del bel numero una
 De  le beate vergini prudenti,
Anzi la prima,e con più chiara lampa;
O saldo scudo de le afflicte genti,
Contra colpi di morte e di fortuna,
Sotto ‘l qual si triumpha,non pur scampa;[...]
Vergine,tale è terra,e posto à indoglia
Lo mio cor che vivendo in pianto il tenne,
E de mille mie mali un non sapea,
E per saperlo pur quel che n’ avenne
Fora avenuto;ch’ ogni altra sua voglia
Era a me morte,e a lei fama rea.[...]
Medusa,e l’ error mio man fatto un sasso
D’ umor vano strillante[...]
[...]ch’ almen l’ ultimo pianto sia devoto,
Senza terrestro limo,
Come fu ‘l primo non d’ isania voto.[...]
[...]chè se poca mortal terra caduca
Amar con si mirabil fede soglio

Che devrò far di te,cosa gentile?

Analisi del testo
  Spiegazione dei versi
Laura, sostituita da Maria, è citata direttamente nelle ultime tre stanze solo per ricevere accenni di segno negativo:
1.Laura è causa della sofferenza del poeta;
2.In qualsiasi modo si fosse comportata Laura, avrebbe fatto soffrire il poeta e rovinato la propria reputazione;
3.La bellezza di Laura, come una medusa, ha reso di pietra il cuore del poeta;
4.Il pianto d’ amore del poeta era pieno di terrestro limo (passioni terrene) e di insania (follia);
5.Laura è poca mortal terra caduca.
 Laura tuttavia è indirettamente presente nell'intera canzone. In particolare in tutte le definizioni della vergine il poeta usa termini già utilizzati nel canzoniere in riferimento a Laura: bella, sacra, alma, beata, Beatrice, pura, benedetta, sola, dolce, pia. Al culto di Laura si sostituisce il culto di Maria. Ma ciò vuol dire anche che la beatificazione di Laura è stata condotta fino al massimo grado possibile, quello di Maria: dunque, se fra Laura terrena e la vergine c’ è uno stacco incolmabile, fra Laura trasfigurata e la vergine c’è una sorta di identificazione.

Schema metrico
Canzone in dieci stanze di tredici versi (dieci endecasillabi, tre settenari, fronte di sei versi, sirma di sette)con rime ABC, BAC, CddC, EfE; il congedo ha lo schema della sirma (coda).

La disforia è presente negli ultimi versi, quando parla di Laura, della sua bellezza e di come questa e tante altre cose gli abbiano reso il cuore di pietra.
L’io lirico si presenta frequentemente. Soprattutto quando Petrarca si rivolge alla Vergine pregandola di salvarlo dalla sua triste esistenza.

La canzone  è divisa in due momenti o sequenze:  la prima esplicita la lauda della madonna, con fervida espressione dei suoi attributi, indicati in epiteti;  la seconda, introdotta dal leit-motiv (ripetizione di Vergine + aggettivo),  prevede la trepida richiesta dell’io-lirico.
Da notare come coincidano stati psicologici (euforico \ disforico). Comunque si capisce che tutta la poesia è basata sull’opposizione di Laura alla Vergine anche da rime come guerra/terra o stati di euforia a cui corrispondono timbri chiari “piacesti sì che tua luce ascose” o al contrario da momenti di lucidità e drammatica confessione in cui prevalgono timbri chiusi “soccorri a la mia guerra”.
Anche la sintassi concorre a creare effetti di calcolata simmetria, tramite l’uso di perifrasi che esplicitano la lauda della Vergine e che producono quella cadenza tipica dell’inno-preghiera, ovvero l’enunciazione delle lodi seguiti da imperativi da un tono di affettuosa comprensione che è tipico della modernità petrarchesca.

Parafrasi: L'oro et le perle e i fior' vermigli e i bianchi (Francesco Petrarca)

L’ oro et le perle e i fior’ vermigli e i bianchi
Che  ‘l verno devria far languidi et secchi,
Son per me acerbi et velenosi specchi,
Ch’io provo per lo petto et per li fianchi.

Però  i  dì  miei fien lagrimosi et manchi,
Ché gran duol rade volte aven che ‘ nvecchi:
Ma più ne colpo i micidiali specchi,
Che ‘ n vagheggiar voi stessa avete stanchi.

Questi poser silentio al signor mio,
Che per me vi pregava,ond’ ei si tacque,
Veggendo in voi finir vostro desio;

Questi fuor fabbricati sopra l’ acque
D’ abisso,et tinti ne l’ eterno oblio,

Onde ‘l principio de mia morte nacque

PARAFRASI
L'oro e le perle e i fiori rossi e bianchi,che l'inverno dovrebbe fare appassiti e secchi,sono per me spine pungenti e velenose che io avverto nel petto e nei fianchi.

perciò i miei giorni saranno dolorosi e scarsi,poichè accade poche volte che un gran dolore invecchi:ma di ciò incolpo più gli specchi assassini,che avete stancati nel contemplare voi stessa.

questi fecero tacere il mio Signore,che vi pregava per mio conto per cui egli tacque,vedendo il nostro desidrio e saurirsi in voi;

questi furono fabbricati presso l'acqua dell'abisso,e intinti nella dimenticanza eterna,da cui si originò l'inizio della mia morte.

Spiegazione del tema
La lontananza di Laura dal poeta non è solo distanza nello spazio, ma anche distanza psicologica.
La donna, infatti, è spesso caratterizzata come fredda e altera, guadagnandosi l’ epiteto di “nemica”.
Laura non solo non è un angelo che porta la salvezza, ma è causa di sofferenza e scissione interiore.
Questo tema è al centro del ciclo dei sonetti dello specchio: la donna contempla la propria bellezza riflessa, si chiude in sé e si sottrae all’amore del poeta.

Analisi del testo
La struttura e lo stile
Il sonetto compsto da 2 quartine e 2 terzine di endecasillabi rime ABBA,ABBA;CDC,DCD.
Il sonetto è chiaramente diviso in due parti. Le quartine sono segnate da uno stile concentrato, aspro, caratterizzate da rime difficile dal suono duro(si consideri, ad esempio, la frequenza dei suoni  /r/ e /c/ nella prima quartina). Il loro compito è anzitutto descrittivo e narrativo. Le terzine scandite dall’anafora “Questi poser....questi fuor fabricati”[...], hanno invece un andamento meno teso e il loro compito è anzitutto riflessivo. Anche le rime alternano la difficoltà dell’ uscita in –acque alla leggerezza dell’ uscita in –io.
Lo stile di Petrarca viene definito armonioso e soave.
Il modello Petrarchesco invita l'artista ad oltrepassare la superficie caotica delle apparenze per riprodurre nella sua opera il ritmo ideale (l'ordine) delle cose. In termini platonici, prevale il tempo dell'essere, non c'è il tempo del divenire, oggetto della mimesi (imitazione).

Analisi del testo
Campi semantici:euforia,disforia e l’ io lirico
L’ euforia  la si può trovare solo nel primo verso:
L’ oro et le perle e i fior vermigli ei bianchi”[...]
Anche se il significato del verso è prevalentemente disforico, la descrizione dei fiori e le congiunzioni esprimono un tono euforico.
La disforia si trova nell’ ultima terzina:
Questi fuor fabbricati sopra l’ acque...onde ‘l principio de mia morte nacque”[...].
Petrarca definisce gli specchi come oggetti diabolici, che hanno trasformato laura in una persona vanitosa e che di conseguenza sono la fonte delle sofferenze del poeta.
L’ io lirico si trova nella seconda quartina:
Però i dì miei fien lascrimosi et manchi...che ‘n vagheggiar voi stessa avete stanchi”[...].
Petrarca predice che i suoi giorni saranno dolorosi, sempre a causa della vanità di laura che oramai ha occhi solo per sé stessa.

La scuola poetica siciliana

lunedì 19 settembre 2016

La prima poesia d’arte in volgare italiano, che dà inizio alla lingua e tradizione poetica della letteratura italiana, nasce e si sviluppa nella prima metà del Duecento in Sicilia, alla corte di Federico II. La premessa politica e culturale di questa esperienza letteraria è, perciò, la corte sveva di Sicilia, un ambiente ricco di vita intellettuale, con interessi, oltre che letterari, anche filosofici e scientifici, a cui partecipava attivamente lo stesso Federico II, che riuscì a raccogliere attorno a sé i più grandi dotti del tempo nei vari ambiti del sapere, dando vita ad un vero e proprio centro di interculturalità mediterranea, dove si trascrivevano e traducevano opere dall’arabo, dal greco, dal latino, dal provenzale. In questo che fu definito il primo Stato moderno dell’Europa si sviluppa, perciò, una cultura laica al di fuori ed in antagonismo con la visione religiosa della vita e con le stesse istituzioni ecclesiastiche. In questo progetto politico-culturale di Federico II rientra anche la necessità di creare un forte e centrale apparato statale con l’impiego di funzionari, magistrati, notai che si occupassero dell’amministrazione dello Stato. Proprio essi sono i primi poeti di quella che oggi viene denominata “Scuola poetica siciliana”, con una definizione, cioè, che evidenzia la caratteristica unitaria di questa esperienza ed i tratti tematici e linguistici comuni ai vari poeti. 
 La lirica siciliana nasce, si sviluppa e si conclude nell’arco di venti anni, tra il 1230 ed il 1250, e la sua produzione letteraria conta meno di duecento poesie, mentre i poeti che vi partecipano sono poco più di venti. Il punto di riferimento culturale e letterario della poesia siciliana è soprattutto la lirica provenzale, da cui vengono ripresi temi, forme metriche, aspetti stilistici. Vengono comunque apportate delle significative variazioni. 

La prima riguarda il rapporto tra poesia e musica che, mentre nei trovatori provenzali erano legate 6 strettamente (come anche, si è visto, nel Cantico di san Francesco e nelle laude religiose), nei poeti siciliani scompare, per cui d’ora in poi la poesia è scritta solo per essere letta e non più cantata. D’altronde mentre il trovatore provenzale era un professionista che recitava la sua opera davanti ad un pubblico di corte, il poeta siciliano è un funzionario dello Stato che considera la letteratura come un gioco elegante e raffinato, che procura svago ed evasione dal reale. 

 La seconda, più importante, variazione è legata ai temi trattati in poesia, che nei provenzali spaziavano dal centrale motivo dell’amor cortese a tematiche di tipo civile, politico e morale. I poeti siciliani restringono questo ampio repertorio tematico al solo ed esclusivo tema dell’amore, che diventa così l’unico argomento delle loro poesie. Ma è proprio nella concezione dell’amore che si possono notare le più vistose differenze, legate a diverse condizioni sociali e politiche e a differenti concezioni della poesia e dei valori della vita. La concezione dell’amor cortese, infatti, che nasce tra XI e XII secolo ed ha la sua base teorica nel trattato De amore di Andrea Cappellano (vissuto nella seconda metà del secolo XII), è strettamente legata alla società feudale e trova la sua prima espressione lirica proprio nella poesia dei trovatori provenzali. Gli elementi caratterizzanti dell’amor cortese sono stati individuati nel culto della donna, vista come un essere sublime e irraggiungibile da venerare nella sua dimensione quasi divina; nel “servizio d’amore”, che indica il rapporto di inferiorità dell’uomo nei confronti della donna amata; nella qualità di questo amore, che è sempre inappagato, che nobilita l’animo dell’amante e che è un amore adultero, che si attua al di fuori del vincolo matrimoniale. La dimensione esclusiva e totalizzante dell’amor cortese, dove il culto della donna genera una vera e propria “religione dell’amore”, fa sì che sin dalle origini di 7 questa esperienza si generi un conflitto tra l’amore terreno e la religione, tra l’amore sacro e l’amore profano, tra il culto della donna e quello per Dio. D’altronde la concezione dell’amor cortese nasce all’interno di una cultura laica e rispecchia i valori della società feudale, tanto che è stato notato che questo tipo di rapporto d’amore riproduce i rapporti feudali di vassallaggio tra il signore feudatario ed i suoi sudditi. Staccata da questo originario contesto feudale, questa concezione d’amore si diffonde anche nell’ambito della letteratura italiana, a partire proprio dalla scuola siciliana dove, in una diversa situazione politica e sociale, la poesia cortese non ha più rapporti con la realtà quotidiana e con le esperienze di vita, diventando così come un gioco letterario elegante e convenzionale. 

 La terza variazione, la più significativa per la storia della letteratura italiana, riguarda la lingua, perché i poeti siciliani, per le loro opere, non usano la lingua d’oc dei modelli provenzali, ma il volgare siciliano “illustre”, libero, cioè, dai tratti più spiccatamente dialettali della lingua parlata, depurato e nobilitato, raffinato nella forma, selezionato nel lessico e modellato sul latino e sul provenzale. Anche la lingua di questi poeti rispecchia, perciò, l’ambiente raffinato ed elegante della ristretta cerchia di dotti della corte di Federico II, anche se è da evidenziare che abbiamo scarse testimonianze del linguaggio originale di questa lirica, perché oggi leggiamo i testi di questi poeti così come sono stati trascritti dai copisti toscani, che hanno sostituito gli aspetti caratteristici del loro volgare all’originale lingua siciliana dei testi. 

 Da queste caratteristiche tematiche, stilistiche e linguistiche deriva quel che di freddo e convenzionale c’è in questa poesia, dove non bisogna cercare spontaneità di sentimenti, commozione di passione amorosa, fantasia inventiva, ma ricercatezza di un linguaggio convenzionale, eleganza e decoro dello stile, raffinatezza e novità di lingua. 

Ma proprio in questo va trovata l’importanza storica dell’esperienza della Scuola poetica siciliana, che pone le premesse di un linguaggio poetico che sarà il punto di riferimento per le opere di Dante, di Petrarca e della successiva tradizione lirica italiana, almeno fino al Romanticismo. Ha influito in questo il primo, significativo, giudizio positivo sull’esperimento linguistico e letterario dei poeti siciliani da parte di Dante Alighieri che, nel De vulgari eloquentia, individua proprio nel volgare siciliano l’origine della lingua letteraria. 

 Il più importante poeta della Scuola è senza dubbio il notaio Giacomo da Lentini, che non solo è il fondatore di questa esperienza letteraria , e quindi probabilmente l’inventore della lirica cortese italiana, ma anche colui che sperimenta tutte le forme metriche e i filoni tematici poi presenti negli altri esponenti della Scuola, oltre ad essere l’inventore del sonetto, la forma metrica poi più diffusa nella letteratura italiana: All’interno della Scuola si possono, comunque, distinguere due filoni con caratteristiche formali e tematiche diverse: il primo è di tipo aulico e letterariamente elevato, ed i maggiori rappresentanti sono, oltre Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne e Guido delle Colonne; il secondo è più popolareggiante e le personalità più spiccate sono quelle di Rinaldo d’Aquino e Giacomino Pugliese. In questo secondo ambito si può inserire il famoso contrasto di Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima, un burlesco dialogo tra un giullare e una contadina che egli cerca di sedurre. 

 All’interno della lirica aulica va citato almeno un sonetto di Giacomo da Lentini, Io m’aggio posto in core a Dio servire, dove per la prima volta si cerca una possibile conciliazione tra amore sacro e amore profano attraverso l’ambigua divinizzazione della figura femminile e la contemplazione della donna nella gloria del Paradiso, un tema che ritornerà nei poeti successivi, in particolar modo negli stilnovisti.  

Il Principe di N. Machiavelli - sintesi a punti

martedì 30 giugno 2015

DEDICA AL MAGNIFICO LORENZO II DE’ MEDICI

Machiavelli dedica la sua opera di maggior rilievo, Il Principe, a Lorenzo de’ Medici, probabilmente nella speranza di fargli cosa gradita e di essere riammesso a Firenze. L’autore afferma che spesso coloro che vogliono entrare nelle grazie di un Principe gli donano le cose più preziose che possiedono, solitamente oggetti materiali di enorme valore.



CAP. 1 – DIVERSI TIPI DI PRINCIPATI E I MODI PER CONQUISTARLI
Distinzione fra repubbliche e principati.

CAP. 2 – I PRINCIPATI EREDITARI
- Il principe può mantenerli con facilità purché non abbandoni la tradizione di governo degli antenati (es: duchi di Ferrara).


CAP. 3 – I PRINCIPATI MISTI
- Difficoltà del principato nuovo: gli uomini cambiano volentieri signore credendo di migliorare, ma l’esperienza li delude (es: Luigi XII, che facilmente acquisto e subito perse il ducato di Milano).
- Principati misti, prossimi e uguali per lingua e costumi allo stato conquistatore: facile a mantenersi purché si spenga il sangue dell’antico signore e non se ne alterino le istituzioni.
- Principati lontani e disformi di lingua e costumi: a mantenerli occorre fortuna e industria, è necessario che il principe vi risieda, vi mandi colonie, si faccia amici i meno potenti senza accrescer troppo il loro potere per controllare i più potenti (es: Romani in Grecia, errori di Luigi XII nel ducato di Milano).

CAP. 4 – PER QUALE RAGIONE IL REGNO DI ALESSANDRO, DOPO LA SUA MORTE NON SI RIBELLO’ A DARIO E AI SUOI SUCCESSORI
Distinzione tra:
- regni assoluti (es: impero ottomano, regno di Dario): difficili da conquistare, ma facili da conservare
- regni a struttura feudale (es: Francia):facili da conquistare grazie al retaggio baronale, ma difficili da mantenere

CAP. 5 – GOVERNARE LE CITTA’ E I PRINCIPATI CHE PRIVA VIVEVANO SECONDO LE LORO LEGGI
Tre metodi proposti:
- distruggerli (es: Roma con Cartagine)
- andarvi a risiedere
- lasciare inalterate istituzioni e leggi, affidando il governo a una ristretta oligarchia, ma è un sistema precario (es: Spartani ad Atene)

CAP. 6 – PRINCIPATI NUOVI CONQUISTATI CON ARMI, FORTUNA E VIRTU’ PROPRIE
Il principe prudente deve attenersi all’esempio degli uomini grandi, perché le vicende si ripetono: “imitazione storica”.
Al principato si arriva o:
- per fortuna: potere precario
- per virtù: in questo caso la conquista è più stabile (es: Mosè, Romolo).
È indispensabile il possesso di una propria forza militare (es: profeta disarmato Savonarola).

CAP. 7 – PRINCIPATI NUOVI CONQUISTATI CON ARMI E FORTUNA ALTRUI
Il potere conquistato con un colpo di fortuna è precario, perché sempre soggetto all’arbitrio altrui o alla volubilità della sorte.
- Francesco Sforza: virtù.
- Cesare Borgia: virtù e fortuna (conquista della Romagna, spietata risolutezza: massacro di Senigallia, morte del padre Alessandro VI e sua rovina).

CAP. 8 – LA CONQUISTA DEL PRINCIPATO PER MEZZO DEL DELITTO

 Machiavelli prende in considerazione coloro che arrivano al principato attraverso le scelleratezze, come Agatocle di Siracusa e Oliverotto da Fermo. In questi casi non si può parlare di Virtù. L'indipendenza dell'azione politica dalla morale non deve significare un'indifferenza alla morale per Machiavelli.

  • Oliverotto da Fermo con un colpo di mano armato massacrò i maggiorenti della città. Perì vittima di un agguato di Cesare Borgia.
Politica della crudeltà: è bene usata se risponde a una reale necessità di sicurezza e non si potrae nel tempo; male usata se praticata come sistema.

CAP. 9 – IL PRINCIPATO CIVILE

principato civile, cioè il principato circondato dal favore del popolo. Il principe sale al potere sostenuto dal popolo in funzione anti-magnatizia. Il principato civile appare come globale alternativa alla situazione politica contemporanea.
Al principato sui può salire con il favore:

del popolo: da mantenersi amico
dei grandi: guadagnarsi il favore del popolo contro le loro insidie successive.
Per fare in modo che il popolo abbia sempre bisogno di lui, il principe dovrà però abolire i magistrati.

CAP. 10 – VALUTARE LA FORZA DI UN PRINCIPATO
I principati che non possono contare sulla forza propria, debbono puntare su una tattica difensiva, provvedendo a fortificare la loro terra, così da scoraggiare le mire nemiche (es: città dell’Alemagna).

CAP. 11 – PRINCIPATI ECCLESIASTICI
La difficoltà per il principe consiste unicamente nell’acquistarli: a mantenerli non si richiede infatti né virtù, né fortuna, giacché essi si fondano sulla forza della tradizione religiosa (es: Alessandro VI, Giulio II, Leone X).

CAP. 12 – TIPI DI ESERCITI E LE MILIZIE MERCENARIE
Fondamento di uno stato sono le buone leggi e le buone armi.
- Le armi mercenarie e ausiliare sono inutili e pericolose, perché infedeli (es: loro dissoluzione al primo assalto dello straniero Carlo VIII, Cartagine).
- È necessario che il principe in persona comandi il proprio esercito o, nella repubblica, uno dei cittadini (eserciti nazionali: Romani, Spartani, Svizzeri).
Eccezione a quanto detto: Firenze e Venezia, rettesi con armi mercenarie.
Origine storica della compagnie di ventura (es: Braccio da Montone, gli Sforza,…).

CAP. 13 – GLI ESERCITI AUSILIARI
Insidiosità delle forze ausiliare (fornite da potenze straniere): se perdono, si è disfatti; se vincono, si è in loro potere. In esse è maggior pericolo che nelle mercenarie,perché sono meglio organizzate (es: Giulio II e le truppe spagnole, Firenze e le truppe francesi).

CAP. 14 – RAPPORTO TRA PRINCIPE ED ESERCITI
Importanza prioritaria, per un principe, della competenza militare. All’arte della guerra egli deve attendere perciò anche in periodo di pace:
- pratica della caccia e studio strategico della natura
- la lettura delle storie e la meditazione sulla condotta dei grandi comandanti (es: Alessandro, Cesare).

CAP. 15 – QUALITA’ CHE RENDONO I PRINCIPI DEGNI DI LODE O DI BIASIMO
Attenersi alla realtà effettuale delle cose: altro è la morale, altro la pratica concreta della vita: chi cerca di essere in tutto buono, soccombe in mezzo ai tanti che non lo sono. La natura degli uomini, malvagi di fondo, non lo consente, e ciò causerebbe la perdita dello stato.

CAP. 16 – LA MUNIFICENZA E LA PARSIMONIA
È più opportuno per il principe essere parsimonioso: l’eccessiva generosità consuma il patrimonio e costringe a gravare fiscalmente sul popolo. Conveniente la liberalità come strumento per giungere al potere (es di parsimonia: Giulio II, Luigi XII, Ferdinando il Cattolico).

CAP. 17 – LA CRUDELTA’ E LA CLEMENZA. SE SIA MEGLIO ESSER TEMUTI PIUTTOSTO CHE AMATI O AMATI PIUTTOSTO CHE TEMUTI
La fama di pietà (bontà, clemenza) è auspicabile: ma non sempre giova. La crudeltà è giusta se essa contribuisce a mantenere l’ordine (es: Cesare Borgia).
L’amore è soggetto alla labilità degli uomini, mentre il timore è vincolato dalla paura; bisogna però evitare di essere odiati. Per questo è bene che il principe si astenga dal toccare i beni dei sudditi (gli uomini dimenticano prima la morte del padre che la perdita del patrimonio).
La crudeltà è indispensabile in guerra (es: Annibale).

CAP. 18 – LA LEALTA’ DEL PRINCIPE
La lealtà in sé è ottima cosa.
Si può combattere in due modi:
- con le leggi
- con la forza
Il principe deve praticarli entrambi: deve essere volpe e lione. Può trasgredire la parola data, se il vantaggio politico lo richiede; ma deve saper ammantare di buone ragioni la trasgressione: anche la simulazione infatti è tra le qualità di un principe, poiché gli uomini badano molto alle apparenze (es: Ferdinando il Cattolico).

CAP. 19 – COME EVITARE IL DISPREZZO E L’ODIO
Due sono i pericoli da temere:
- le aggressioni dall’esterno: ci si difende con le armi e i buoni alleati (es di stato ben ordinato: Francia)
- le congiura all’interno: ci si difende con la benevolenza del popolo (es di malgoverno e conseguenti congiure: anarchia militare di Roma dopo Marco Aurelio)

CAP. 20 – UTILITA’ O INUTILITA’ DELLE FORTEZZE E ALTRE COSE
Disarmo dei sudditi: utile solo nello stato acquisito come membro aggiunto, errore nello stato nuovo.
Alimentare fazioni popolari: errore perché mina la compattezza dei sudditi.
Opposizione interna: utile perché consolida il prestigio del principe che la fronteggia.
Fortezze: più nocive che utili perché simbolo di oppressione (es: Castello Sforzesco di Milano).
Unica vera fortezza è non essere odiati dal popolo.

CAP. 21 – COME UN PRINCIPE PUO’ FARSI STIMARE
Necessita che il principe dia grandi prove di sé:
- in politica estera, compiendo grandi imprese (es: Ferdinando il Cattolico: conquista di Granata, guerra i Marrani)
- in politica interna, mostrandosi energico e risoluto ne l premiare e nel punire.
In caso di conflitto altrui, il principe prenda posizione in favore dell’uno o dell’altro contendente; scarsi vantaggi dalla neutralità:essa è però da anteporre a un’alleanza pericolosa.
Il principe protegga le arti, tuteli il libero esercizio delle professioni e tenga occupati i sudditi con feste e spettacoli.

CAP. 22 – I MINISTRI DEL PRINCIPE
Importanza della scelta dei collaboratori: da essa si può giudicare dell’ingegno di un principe.
Rafforzare la fedeltà dei buoni con onori e ricchezze.


CAP. 23 – COME EVITARE GLI ADULATORI
L’adulazione è insidiosa; il principe dovrà concedere facoltà di giudizio e libero consiglio a pochi collaboratori savi e fidati; avutone il parere dovrà però decidere egli stesso (es contrario: Massimiliano d’Asburgo).
La saggezza di un governo dipende sempre dalla qualità del principe, non dai consiglieri.

CAP. 24 - PERCHE’ I PRINCIPI D’ITALIA PERSERO IL REGNO
Il duca di Milano e il re di Napoli persero il regno perché:
- hanno fatto affidamento su truppe mercenarie
- si sono inimicate i popoli
- non si sono guardati dai nobili

CAP. 25 – IL POTERE DELLA FORTUNA E IL MODO DI RESISTERE A ESSO
Di contro alla generale opinione che la storia sia governata dalla fortuna e da Dio (concezione provvidenzialistica) è rivendicato il valore del libero arbitrio.
Rovina del principe che confida solo nella fortuna. Una politica impetuosa (aggressiva, decisa) è forse più efficace di una prudente (es: Giulio II). La fortuna è donna: bisogna batterla e piegarla.

CAP. 26 – ESORTAZIONE A PRENDERE L’ITALIA E A LIBERARLA DALLE MANI DEI BARBARI
Elenco delle circostanze che concorrono a rendere l’Italia terreno propizio all’azione di un principe nuovo.
Esortazione al principe di casa Medici.
Celebrazione dell’ingegno e della virtù degli italiani, ai quali manca solo un capo e un esercito forti.
Limiti delle fanterie:
svizzere: possono essere contrastate dalle fanterie spagnole
spagnole: la cavalleria francese è più forte della fanteria spagnola (es: battaglia di Ravenna)
e possibilità di organizzare una nuova che le superi che resista alla cavalleria e non abbia paura degli altri fanti.
Esortazione finale a liberare l’Italia dai barbari.

Sotto l’insegna dei Medici la patria sia nobilitata e sotto i suoi auspici si avveri la predizione del Petrarca:
virtù contra furore
prenderà l’arme; e fia ‘l combatter corto:
ché l’antico valore
nell’italici cor non è ancor morto.

I principi del problematicismo razionalista in G.M.Bertin

domenica 11 gennaio 2015

Bertin si muove costantemente all’interno della contem-poraneità (e dunque orienta il suo pensiero in direzione fenomenologica).

Bertin qualifica il pensiero pedagogico come «problematicismo razionalista». Il termine “problematicismo” identifica la condizione dell’uomo nel mondo, l’aggettivo “razionalista” specifica la possibilità, almeno ideale della risoluzione dei problemi che l’esistenza pone. All’interno di questo quadro, la scientificità della pedagogia consiste nella possibilità di ritrovare al suo interno gli elementi costitutivi per la sua autonoma fondazione. Questi elementi sono: la relazionalità: il processo educativo è il risultato della costituzione reciproca dell’elemento soggettivo e di quello oggettivo; l’antinomicità: i poli dialettici(oggetto-soggetto) dell’esperienza educativa sono irriducibili l’uno altro; la problematicità: io e mondo, soggetto e oggetto fanno valere istanze opposte, ciò significa che ogni esperienza, come relazione di io e mondo, è sempre parziale, unilaterale, passibile di arresti dogmatici, e cioè è segnata dalla problematicità, la  razionalità: la relazione di io e mondo pone le condizioni per un’integrazione razionale dei due poli del processo educativo.

Il  sistema di pensiero di Bertin è costruito sulla fede nella ragione. E dunque è di stampo fenomenologico.

Nell'ambito del razionalismo critico, sostiene la tesi della problematicità dell’esperienza educativa, da 2  punti di vista.

L’esperienza educativa, luogo ove si realizza la tensione antinomica dell’esistere,il campo dello scontro/incontro tra io e mondo, del soggetto e dell’oggetto, ha natura infinitamente problematica. Denunciandone la parzialità e la limitatezza, evidenzia la problematicità di ogni esperienza educativa che va risolta mediante un’attività razionalizzatrice.

La dimensione di problematicità è colta da Bertin anche nel processo stesso di costituzione della pedagogia come scienza, in virtù della incertezza dei risultati dell’azione educativa, esposta alle interferenze e alle influenze dell’educazione indiretta, della difficoltà del controllo di detti risultati, della tendenza delle scienze ausiliarie(filosofia, psicologia e sociologia) a negarle autonomia e ad inglobarla.

Bertin rifiuta la scelta riduzionista di una ragione scientifica che,operando un lettura riduttiva della realtà(considera le asserzioni verificabili) esclude aspetti fondamentali dell’agire umano quali la religiosità, impegno etico, il gusto estetico.

I NODI PEDAGOGICI IN BANFI

La pedagogia si occupa del  processo di formazione e di sviluppo della personalità spirituale,che si compie nel rapporto tra l’esperienza e l’anima individuale e della cultura. L’educazione si configura come tensione tra individualità e esperienza sociale,è caratterizzata da un necessario legame con la storicità dalla valorizzazione della dialettica io-mondo nell'ambito dei processi formativi.

La pedagogia è una disciplina critica. Mette in discussione aspetti laddove sono presenti apparenti certezze.Sul piano epistemologico è debole rispetto ad altre discipline perché i suoi oggetti di studio (sentimenti, emozioni, ecc..) non sono oggetti, osservabili, misurabili e quindi non concreti.

A differenza delle correnti idealistiche e metafisiche, i bambini nascono anche senza il mondo delle idee di Platone e la Metafisica di Aristotele. La vita si svolge da sé e con sé porta domande, tutti i giorno e soprattutto nel campo educativo e auto-educativo.
“Non è il pensiero che insegna a vivere alla vita, ma la vita che insegna al pensiero a pensare”(A. Banfi).
Si tratta di comprendere che siamo immersi in un processo scientifico-culturale che porta con sé il carico e la responsabilità della complessità. Infine, la dimensione pedagogica, con la quale ci confrontiamo tutti i gg ci costringe ad operare (interventi educativi, ricerche, indagini, ecc..) certamente all'interno di un progetto, ma sempre accompagnati dalla problematicità della crescita, della formazione di quel bambino,di quella persona,di quel gruppo,di noi stessi (le difficoltà delle relazioni genitori-figli,gli svantaggi sociali, i conflitti culturali, ecc..possono risultare elementi problematici rilevanti per l’agire pedagogico). E per governare questa problematicità è necessaria un’assunzione di responsabilità pedagogica senza la quale si svuota di significato qualunque obbiettivo o strategia.

Nella pedagogia si potrebbero contrapporre due modelli pedagogici, uno basato sull'individuo (con riferimento a Immanuel Kant e Rousseau) ed uno sulla società (con riferimento a Émile Durkheim), di cui ne venne influenzato Banfi, soprattutto dal modello di Kant e Husserl.

I due modelli di pedagogia non possono essere giudicati in modo univoco, poiché in ognuno si possono trovare elementi positivi ed elementi negativi.

*1 La teoria kantiana(a cui si rifà Banfi) è basata su una forte spinta positiva nei confronti dell'uomo: la fiducia nell'essere umano porta il pensatore a vederlo come artefice di un miglioramento della sfera sociale. L'educare il fanciullo evitandogli completamente ogni rapporto con la realtà lo porterà ad una formazione tale da riuscire a cambiare in meglio la società che lo ospita.

Esiste anche un piano orientativo teoretico-morale che articola la teoria pedagogica di Banfi


*2 La prospettica fenomenologica husserliana(anche qst si configura come un punto di riferimento di Banfi): vede l'educando nel "qui e ora" calato nel suo contesto di vita, e considera l'agire educativo in senso ecologico, esaminando i vari fattori che modificano lo sviluppo generale dell'educando, dando poco peso agli eventi pregressi che hanno segnato la sua vita tendendo a portare l'educando ad un rinnovamento della sua personalità e del suo agire rispetto ai modelli passati.

I PRINCIPI DEL RAZIONALISMO CRITICO IN A.BANFI

Durante i quasi 40 anni dell’egemonia idealistica in campo filosofico(Per idealismo si intende in filosofia una visione del mondo secondo cui tutto ciò che è reale è già contenuto preliminarmente (a priori) nella nostra mente. In senso lato, il termine abbraccia quelle filosofie, come ad esempio il platonismo, che privilegiano la dimensione ideale rispetto a quella materiale, affermando che l'unico vero carattere della realtà sia di ordine spirituale),si delinearono in Italia ache altre posizioni di pensiero.Tra queste posizioni nn idealistiche un posto centrale è occupato dal RAZIONALISMO CRITICO di Antonio Banfi. Antonio Banfi, giovanissimo nei primi anni del secolo scorso, aveva cominciato a sperimentare, sul piano della propria formazione intellettuale, i limiti e le chiusure di un mondo culturale che gli appariva dominato da “astrattezza, disorganicità e provincialismo”.Alle origini della riflessione banfiana sta un preciso rapporto cn il trascendentalismo di Kant e con la filosofia della vita di Simmel.Attrav Kant,Banfi concepisce la filosofia come conoscenza antimetafisica,critica e fenomenologica,rivolta a fissare le condizioni  strutturali che rendono possibile e organizzano le varie forme dell’esperienza*1.L’influenza di Simmel è invece accertabile in Banfi nella sua interpretazione della realtà come universo dinamico e vitale,articolato da infinite forme culturali.Qst forme agiscono nella concreta realtà umana e storica,assumendo una grande varietà di aspetti e significati.La  funzione  della filosofia consiste nell’analizzare i vari campi  della cultura,sia i loro presupposti e le loro strutture fondative,sia la loro ricca fenomenologia.L’altro grande maestro di Banfi fu Husserl dalla quale trasse un programma di descrizione fenomenologica dell’esperienza.*2
Nel pensiero di Banfi sono presenti anche altre 2 componenti essenziali:l’hegelismo e il marxismo.Secondo Banfi Hegel fu il primo tra i grandi maestri che lo guidò sulla via del pensiero speculativo,di esso B,valorizza il rapporto dialettico tra ragione e realtà(La realtà è per Hegel movimento, divenire, processo, sviluppo. Non è staticità o astrazione ma un soggetto vivo, concreto, attuale, che si manifesta nel mondo sia naturale che storico. La realtà è lo SPIRITO INFINITO, detto anche ASSOLUTO ovvero IDEA ovvero RAGIONE.La sua tesi fu che anche nella storia dell’uomo, anche nell’apparente guazzabuglio delle vicende umane, si manifesta una razionalità analoga a quella presente nella natura. La ragione, a differenza di quanto affermava Kant, non è semplicemente uno strumento della mente umana, bensì un principio metafisico, che diviene e si sviluppa nel mondo. La razionalità dunque non è pura astrazione, è presente nel mondo come insieme delle leggi che lo regolano ),la riflessione sull’esperienza vista come compito primario della filosofia,la concezione dell’esperienza stessa.Infine,x quel che riguarda il marxismo,Banfi sottolinea la sua validità sia come teoria della rivoluzione sociale,sia come principio di rinnovamento etico e culturale.Infatti il marxismo potenzia l’atteggiamento critico del pensiero e diviene la forma più ricca della coscienza storica e dell’attività intellettuale.
E’ tra il 1922 e il 1943 che Banfi ha organizzato la propria posizione filosofica.Essa assume l’aspetto di un razionalismo etico che integra esperienza e ragione in una prospettiva nn dogmatica.Tale razionalismo critico si esprime in una concezione della ragione come principio fondante e unificante e in un’analisi fenomenologica della cultura,indagata nei suoi diversi piani e momenti e nelle loro condizioni di possibilità.  Dunque, nella società italiana, nella cultura di anni pesantemente
condizionati dal regime fascista prima e dalla tragedia della guerra dopo,Banfi imposta la sua prospettiva e il suo insegnamento universitario su due fondamentali assi portanti:
- dal punto di vista teoretico, propone una teoria della ragione critica e antidogmatica,tesa a “fondare la possibilità di una sistematica del sapere e di una fenomenologia della cultura, aperta al movimento stesso del sapere e della cultura e avversa ad ogni mutilazione arbitraria di entrambi per opera di ideologie e dogmatismi”
- dal punto di vista etico rivendica un umanesimo libero e profondo;
l’indipendenza delle coscienze da motivi superetici, in genere religiosi, e l’attenuazione delle tonalità sentimentali; prospetta una coscienza del mondo morale come mondo della libertà della persona e dell’universalità del sistema sociale insieme, e auspica il diffondersi di una certezza: “che il problema morale non è posto per il singolo né deve essere risolto dal singolo, ma è posto per l’umanità e risolto nell’umanità”
L’insegnamento universitario di Banfi produsse una vera e propria scuola,che sviluppatosi oltre le posizioni del maestro e anche in direzioni diverse rispetto al suo razionalismo critico,alimenterà il dibattito filosofico italiano fino agli anni ’70.Di qst scuola,tra gli esponenti più significativi c’èGiovanni Maria Bertin,che ha proseguito le riflessioni pedagogiche di Banfi e Dino Formaggio,che ne ha approfondito le riflessioni sull’arte e l’stetica.
Come abbiamo già detto,il razionalismo critico banfiano si muove attorno 2 problemi fondamentali:il rapporto esperienza-ragione e la nozione di” idea di ragione”.Esperienza e ragione sn autonome x Banfi eppure  intrecciate:la ragione esiste e opera solo nell’esperienza,mentre l’esperienza diviene significante solo in rapporto con le strutture ideali della razionalità. Se l’esperienza pone i dati in quanto tali,la ragione è il principio regolativo. Essa svolge il suo compito attraverso 3 momenti:
  • Dialettica, che si sviluppa attraverso il linguaggio,gli elementi intuitivi della conoscenza,
  • Eidetica, che fissa le varie idee come leggi di organizzazione e sviluppo dell’esperienza,
  • Fenomenologia,che determina il rapporto tra l’idea e le varie sfere dell’esperienza e della conoscenza.

Questa concezione fu approfondita dopo il 1945, attraverso il rapporto con il marxismo. Tale concezione converge  con il marxismo storico,nel richiamare la storicità della filosofia. La filosofia è quindi l’idea della libertà della storia,è storicità. La filosofia è visione del problema della vita, è conoscenza teoretica che coglie la legge di sviluppo della realtà,di formazione e di risoluzione delle sue forme determinate. Anche la storia della filosofia illumina il processo infinito di riconoscimento del reale,di attuazione della verità,è storia della lotta contro l’errore,storia della ragione contro i suoi limiti.

La storia è il costituirsi,l’obbiettarsi,il normalizzarsi del piano dell’esperienza;razionalismo critico e storicismo marxista sn dunque due aspetti,connessi,della stessa autocoscienza storica.

Secondo Banfi tutta l'esperienza è problematica e quindi nell'impossibilità di conseguire principi certi e definitivi per i nostri comportamenti occorre organizzarci in una serie di sistemi aperti e progressivi in cui far confluire i nostri atti sempre disponibili a confrontare e modificare i progetti e i valori umani in base a ciò che l'esperienza ci offre nella sua mutevolezza e ricchezza. Come ha insegnato Marx il pensiero nasce dalla realtà, la teoria dalla prassi, dall'esperienza sempre diversa della vita, ed è dunque nostro compito filosofico e morale, prescindendo da ogni pretesa metafisica, adeguare i nostri atteggiamenti all'esperienza.[1

Oltre la filosofia,le discipline che vengono indagate da Banfi sono:la pedagogia,l’etica,la religione,la scienza,l’estetica e la storiografia.



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Cosa significa il termine "Bildung"?

Bildung: un termine che letteralmente vuol dire "formazione", ma con il quale in realtà si intende:

  • un complesso percorso di crescita psico-fisica e spirituale,
  • una strutturazione profonda della personalità che si esprime prevalentemente attraverso la dimensione estetica (l'arte e il sapere umanestico)
  • sviluppare la crescita interiore dell'allievo verso il bene e il bello senza distorcene l'originaria natura.


Bando per la selezione di 329 volontari per progetti di servizio civile nazionale nella Regione Piemonte

giovedì 20 novembre 2014


E' stato pubblicato dall'Ufficio Nazionale Servizio Civile il bando per la selezione di 329 volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale nella Regione Piemonte. All'interno del bando vi sono 15 progetti per 45 posti promossi dalla Città di Torino e dagli enti partner.
Possono partecipare tutti i cittadini italiani e stranieri regolarmente residenti in Italia che abbiano un’età compresa tra i 18 e i 28 anni compiuti* alla data di presentazione della domanda.

*Per partecipare alla realizzazione dei progetti i candidati  devono aver compiuto il diciottesimo e non superato il ventottesimo (28 anni e 364 giorni) anno di età alla data di presentazione della domanda.
Se siete interessati verificate le condizioni di accesso al bando, consultate i progetti elencati di seguito, verificate le modalità di partecipazione e presentate la domanda entro la scadenza: ore 14 del 15 dicembre

Ente
Titolo del progetto
Settore
POSTI
Associazione Almaterra Costruire Futuro Paritario Educazione e promozione culturale - Attività interculturali
4
Associazione Cepim Un anno al Cepim: proviamoci insieme Assistenza - Disabili
2
Associazione GiOC Il futuro della formazione Educazione e promozione culturale - Educazione ai diritti del cittadino
4
Associazione Maria SS. Accogliente Dis-integrata Assistenza - Disabili
2
Associazione Opportunanda Passo dopo passo Assistenza - Disagio adulto
2
Comune di Orbassano Comunicazioni giovani Educazione e promozione culturale - Interventi di animazione nel territorio
2
In biblioteca Educazione e promozione culturale - Interventi di animazione nel territorio
2
Comune di Settimo Torinese Archimede eventi Educazione e promozione culturale - Interventi di animazione nel territorio
5
Una città per il verde: ecomuseo, orti, parchi Patrimonio artistico e culturale – Storie e culture locali
2
Comune di Torino Diamo una mano a Torino Spazio Pubblico Educazione e promozione culturale - Interventi di animazione nel territorio
2
Esperienza biblioteca Educazione e promozione culturale – Interventi di animazione sul territorio
6
Informagiovani for all Educazione e Promozione culturale -  Sportelli InformaGiovani
2
Comune di Venaria Anziani protagonisti in città Educazione e promozione culturale - Sportelli Informagiovani
2
La mia città a scuola: da studenti a cittadini Educazione e promozione culturale - Attività di tutoraggio scolastico
6
Cooperativa Valpiana Impariamo facendo Assistenza - Minori
2

E' inoltre disponibile il bando (.pdf) con l'elenco completo dei progetti di Servizio Civile approvati per la Regione Piemonte, che prevedono la selezione di 329 volontari.
La domanda di ammissione e gli altri documenti necessari per inviare la propria candiatura sono disponibili alla pagina come partecipare.

Per avere maggiori informazioni sui singoli progetti è necessario contattare direttamente gli enti organizzatori.


Al centro InformaGiovani di via Garibaldi 25 a Torino, da lunedì 24 novembre, è attivo un servizio di orientamento con un operatore dell’Ufficio Servizio Civile, per i giovani che hanno necessità di avere maggiori informazioni o chiarimenti sul nuovo bando di Servizio Civile nell'ambito di Garanzia Giovani.
Il servizio è attivo dalle 13.00 alle 15.00 nei seguenti giorni:
  • Lunedì 24 novembre
  • Mercoledì 26 novembre 
  • Lunedì 1 dicembre
  • Mercoledì 3 dicembre
  • Mercoledì 10 dicembre
  • Venerdì 12 dicembre

Fonte: Il comune di Torino

Tesi sulla Palestina, La Santos se ne va

a cura di Paolo Coccorese
Torino

Prof.ssa Daniela Santus
Una docente si rifiuta di presiedere la seduta di laurea di due studentesse di Mi sono fatta sostituire: non potevo proclamarle dottoresse”. Il lavoro ottiene 6 punti su 10.
Lingue “

L’Università è il luogo d’eccellenza per ospitare il confronto tra le parti. Per una volta a Torino, nella sala dove martedì si discutevano le tesi del Dipartimento di Lingue, non è stato così. «Oggi, per la prima volta in 25 anni di carriera, mi sono rifiutata di presiedere alla laurea di due studentesse che hanno presentato un lavoro sulle “città palestinesi”», è lo sfogo apparso (poi cancellato) su Facebook della professoressa Daniela Santus. «Ho espresso la mia riprovazione alla commissione che intendeva laurearle e, dopo che il Direttore ha proposto di sostituirmi, me ne sono andata».

Sostituzione  
Il pomeriggio della docente di Geografia - ebrea, che nel 2005 fu duramente contestata dai centri sociali per le sue lezioni e per aver invitato nell’Ateneo il vice-ambasciatore israeliano, Elazar Cohen - si è concluso alle 17,30 quando ha lasciato libera la poltrona di presidente di commissione. Che aveva occupato per l’improvvisa assenza della professoressa di Storia, Ada Lonni, presidente del corso di Comunicazione per il Turismo e relatrice della tesi «Percorsi classici e letterari di città palestinesi».
«Ho deciso di sfogliarla perché avevo notato due lavori con lo stesso titolo», dice Santus. E’ così che la ricerca a quattro mani di Enrica Mazzei e Atif Kaoutar, è finito nelle mani della docente.

Le frasi sotto accusa  
«Ho letto velocemente, e ho scoperto che gli ebrei sono “sionisti”, che sono in Palestina per sfruttare la manodopera araba, che l’Olp non ha compiuto attentati e che la Striscia di Gaza non è mai stata privata degli insediamenti ebraici», dice Santus.

«Popolo oppresso»  
La tesi propone una guida turistica costruita sulle opere di tre scrittori palestinesi. «Lavoro buono – si legge nel giudizio compilato dalla relatrice -. Con alcune considerazioni di cui sono responsabili le autrici».

«Il popolo palestinese è oppresso, gli sono negati i diritti umani – dice una delle studentesse, Enrica Mazzei -. Forse abbiamo usato definizioni troppo severe, ma non giustifichiamo il terrorismo e non avevamo paura della discussione». Le laureande sono rimaste per quasi 2 ore ad aspettare il loro turno davanti alla porta chiusa. «La proclamazione è un momento felice che non ho voluto rovinare – ribatte Santus -. Ho preferito essere sostituita, ma non potevo proclamarle dottoresse». Alla fine, i punti alla tesi sono stati 6 su 10. 

Fonte ufficiale. La Stampa

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